Il Progetto Scuola in visita al Tusini di Bardolino – Di Filippo: «Il calcio è un gioco, una passione: vivetela. Imparare dalle sconfitte, per diventare più forti»

Bardolino – Mattinata in visita all’Istituto Salesiano Tusini di Bardolino, in quella terra dove è nata e cresciuta la storia di calcio femminile che oggi prosegue sotto il nome dell’Hellas Verona Women. Ha voluto ricordarlo anche Zaccaria Tommasi, che oltre ad essere Coordinatore dell’Area Tecnica delle Women, da anni è il responsabile del Progetto Scuola dell’Hellas Verona, una realtà che permette di avvicinare i ragazzi di qualsiasi età scolastica alle testimonianze di chi lavora con il calcio e con i colori gialloblù.

Per il quarto anno l’Hellas Verona è venuto in visita in questo istituto, raccogliendo ancora una dimostrazione di grande attenzione da parte dei ragazzi, capaci di cogliere nelle tematiche sportive insegnamenti validi per la vita di tutti i giorni. per la prima volta è stata in visita anche l’allenatrice delle gialloblù Sara Di Filippo, che in compagnia del calciatore Luca Marrone, ha parlato della carriera che l’ha condotta da giovane studentessa amante del pallone ad allenatrice di Serie A, passando ovviamente per la vita da calciatrice.

Le principali dichiarazioni dell’allenatrice gialloblù Sara Di Filippo, rilasciate in occasione della visita all’Istituto Salesiano Tusini di Bardolino.

«Anche io sono passata da dove siete voi oggi, ho fatto tutta la trafila scolastica sempre con un pallino in testa che era quello del calcio. Ero l’unica ragazza in una squadra di bambini: non nego sia stato difficile, ma la passione, la voglia, il sacrificio di fare uno sport come il calcio mi ha spinta a continuare. Sono felice di raccontarvi la mia esperienza. Sacrifici? Più che la fatica fisica, perché oggi alleno, è più quella mentale: cercare di dare stimoli e trovare sempre qualcosa di nuovo per le ragazze è faticoso. Ho in squadra delle giovani della vostra età e bisogna sempre stimolarle sotto ogni punto di vista. Da calciatrice invece ricordo la fatica e il sudore, ma mi divertivo: era la mia passione. È proprio questo che ricordo alle ragazze: stiamo giocando a calcio, è un gioco anche se per noi è un lavoro. Cerco di trasmettere a loro il concetto che stanno facendo ciò che gli piace, tutto quello che fate non è una stanchezza fisica ma ‘vi state divertendo’. La fatica di fine allenamento o fine partita passa se lo si fa con questo spirito. La sconfitta? La cosa più importante è il lavoro in settimana. Se tutto viene fatto al meglio la partita andrà bene. La domenica però, durante la giornata della gara, ci sono delle dinamiche un po’ diverse, ci sono pressioni che durante la settimana non ci sono e soprattutto c’è un avversario. Ci sono anche tutte le teste di chi scende in campo che devono essere concentrate sull’obiettivo, ma se qualcuno non è in giornata, e può succedere, la sconfitta arriva. Non deve però essere presa come una catastrofe, perché soprattutto dalla sconfitta si impara. Bisogna analizzare la gara, trovare l’errore e non commetterlo più per tutto il resto del campionato. A dirlo è semplice, a farlo è tutta un’altra cosa. Nella vita ci sono tante sconfitte, ma vanno prese ed analizzate per trarne il meglio, sempre. Il rapporto tra me e la squadra? Io non esisto senza le mie ragazze. Per me sono tutto e cerco di trasmettere loro la mia esperienza, anche se so che ho di fronte calciatrici che hanno un vissuto proprio e tante teste diverse. Il mio compito è cercare capire cosa mi chiedono e di cosa hanno bisogno. Non è semplice allenare venti ragazze. Io mi rivedo in loro ma vedo anche cose che negli anni passati, nel calcio femminile, le calciatrici non avevano a disposizione. Questo mi fa male perché credo in loro e nel loro talento e non sempre lo sfruttano al meglio. Io però voglio bene loro come fossero mie figlie, alcune volte mi fanno molto arrabbiare, ma noi allenatori senza giocatori non siamo nessuno».

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